Ogni volta che si avvicinano le elezioni assistiamo alla solita messinscena: appelli solenni al dovere civico, dibattiti televisivi infuocati e inviti accorati a non disertare le urne perché «ogni voto conta».
Bene, diciamocelo chiaramente, senza ipocrisie: questa legge elettorale è una truffa.
Quando entriamo nella cabina elettorale con la matita copiativa in mano, siamo convinti di esercitare il diritto democratico fondamentale di scegliere chi siederà in Parlamento. La realtà, però, è che non scegliamo un bel niente. Il nostro ruolo è stato ridotto a quello di semplici notai, chiamati a ratificare decisioni già prese a tavolino, mesi prima, nelle stanze chiuse delle segreterie di partito.
Il gioco delle tre carte delle segreterie
La sovranità non appartiene più al popolo, ma ai vertici dei partiti. Sono loro a decidere chi deve entrare e chi deve restare fuori. Funziona con un meccanismo perverso ma collaudato: chi conta davvero viene blindato in collegi sicuri o posizionato come capolista intoccabile; chi serve solo a raccogliere voti o a fare numero viene spinto più indietro.
Noi cittadini non possiamo scegliere la persona: ci limitiamo a stabilire quanti parlamentari spettano a ciascuna forza politica. Il 53% dei seggi viene di fatto assegnato attraverso paracadute e calcoli di coalizione, mentre per la restante parte l’elettore non fa altro che determinare la soglia di sbarramento o la quota proporzionale che fa scattare l’ordine già stabilito dall’alto.
Non prendiamoci in giro: non possiamo chiamarle preferenze. Sulla scheda non puoi scrivere un cognome, non puoi premiare chi ha lavorato bene sul territorio o bocciare chi ha scaldato la poltrona per cinque anni. L’ordine è bloccato, blindato, intoccabile. Se voti quel simbolo, ti prendi il pacchetto completo, dal fedelissimo del leader fino al candidato calato dall’alto che la tua città non l’ha mai vista neppure in cartolina.
Un Parlamento di nominati, non di rappresentanti
Le conseguenze di questo imbroglio sistemico sono devastanti e sotto gli occhi di tutti:
- Zero rendicontazione verso i cittadini: se un deputato o un senatore non deve la propria elezione ai voti conquistati uno a uno sul territorio, perché dovrebbe rispondere agli elettori?
- Fedeltà cieca al capo: l’unico vero referente di un parlamentare diventa il segretario di partito che ha firmato la sua candidatura. Chi alza la testa o dissente viene semplicemente cancellato dalla lista successiva.
- Svuotamento del dibattito parlamentare: le Camere smettono di essere il luogo del confronto e si trasformano in caserme di esecutori di ordini, dove si vota a comando premendo un pulsante.
Ci hanno convinto che la governabilità valga più della rappresentanza, ma il risultato è un potere che si autoalimenta e si blinda dall’interno.
Continuare a chiamare questo sistema «democrazia rappresentativa» significa prendere in giro chi ancora crede nel valore del proprio voto. Se chi ci governa viene scelto prima del voto e noi decidiamo solo le percentuali d’ingresso del personale di partito, allora non siamo più elettori: siamo comparse in una rappresentazione teatrale scritta da altri. Finché non ci restituiranno la libertà di scegliere davvero chi mandare a Roma, la scheda elettorale rimarrà soltanto un pezzo di carta per legittimare un’oligarchia.
Firma: Guglielmo Bonanno