Nei prossimi dieci anni, le stime globali indicano che tra i quindici e i venti milioni di robot industriali, cobot e sistemi umanoidi saranno attivi nel mondo del lavoro. Questa trasformazione epocale porta con sé un paradosso fiscale di fondamentale importanza per l’economia globale. Mentre ogni dipendente umano versa contributi e imposte sul reddito per sostenere i servizi pubblici, la forza lavoro artificiale produce valore in una posizione neutra dal punto di vista fiscale, operando di fatto senza generare alcun gettito diretto per lo Stato.
Dalle fabbriche agli uffici: l’avanzata della superintelligenza
L’automazione non riguarda più soltanto le catene di montaggio manifatturiere. L’integrazione tra robotica e intelligenza artificiale avanzata sta rapidamente portando i robotaxi sulle strade e gli agenti software negli uffici e nelle case, automatizzando mansioni concettuali, contabili, amministrative e di trasporto.
Questa transizione rischia di erodere una quota consistente di posti di lavoro umani. Poiché il sistema di welfare moderno si regge sulle imposte calcolate sul lavoro, la progressiva sostituzione dell’uomo con la macchina determina una contrazione delle entrate statali necessarie a finanziare gli ammortizzatori sociali, i sussidi di disoccupazione e il sostegno al reddito.
I freni politici ed economici alla tassazione della tecnologia
La proposta di introdurre una tassa sui robot, sebbene discussa a livello internazionale ed europeo già da diversi anni, incontra significative resistenze. I governi temono che l’introduzione di una gabella sull’innovazione possa disincentivare gli investimenti e spingere le imprese a delocalizzare verso Paesi con regolamentazioni più permissive.
A questo si aggiunge la difficoltà tecnica di definire, dal punto di vista giuridico, cosa costituisca un robot tassabile, distinguendo tra un semplice macchinario di supporto e un sistema ad alta autonomia. Le pressioni del settore industriale continuano inoltre a evidenziare come l’automazione sia indispensabile per sostenere la produttività generale e la competitività dei mercati.
I possibili modelli di intervento fiscale
Nonostante le complessità, diversi economisti hanno formulato ipotesi concrete per prelevare risorse dalla produttività automatizzata.
- Una soluzione prevede di applicare un prelievo fiscale commisurato alle imposte e ai contributi che il lavoratore umano sostituito avrebbe versato durante la sua attività.
- Un’altra opzione consiste nella rimodulazione dell’imposta sul reddito delle società, aumentando le aliquote per le aziende che presentano un elevato rapporto tra fatturato e numero ridotto di dipendenti umani.
- Esiste infine l’ipotesi di un contributo di scopo, ovvero una percentuale sui profitti generati dall’efficienza degli algoritmi, da destinare a un fondo pubblico per la formazione e per il reddito di transizione dei lavoratori estromessi dai processi produttivi.
L’urgenza del sistema Italia tra demografia e previdenza
Per l’Italia la questione assume contorni di particolare urgenza a causa della struttura del proprio sistema previdenziale. Il modello pensionistico a ripartizione richiede che i contributi versati dai lavoratori attivi vadano a coprire direttamente le prestazioni di chi è in pensione.
In un contesto caratterizzato da un marcato calo demografico e da un cuneo fiscale sul lavoro tra i più alti dei Paesi avanzati, la perdita di contribuenti umani a favore delle macchine rischia di accelerare lo squilibrio dei conti dell’INPS. Rivedere la struttura tributaria per redistribuire la ricchezza prodotta dall’intelligenza artificiale diventa quindi una condizione cruciale per garantire la tenuta del patto intergenerazionale e la sostenibilità delle pensioni future.
Firma: Guglielmo Bonanno